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    29 December

    Per il gusto di farlo

    Si attraversano diverse fasi nella vita: attimi di felicità, pensieri tristi e ci sono momenti in cui si desidererebbe essere un'altra persona. Questi giorni sto percorrendo quest'ultima strada. Ci si guarda allo specchio e si vorrebbe essere diversi da se stessi: un diverso che si sa che non potrà mai arrivare, ma essere arrabbiati perennemente con il mondo fa sentire potenti, rende importanti proprio perchè scegliamo di evadere dal contatto con gli altri.
    Ed è proprio in questi momenti (soprattutto quando si avvicina la fine dell'anno) che ci si ferma ad analizzare che cosa si è combinato nella propria vita: come mi sono comportato con me stesso? Sto facendo veramente quello che voglio oppure sto nascondendo i miei veri desideri e le mie reali aspirazioni per evitare una delusione?
    Probabilmente la dannazione di tutti i 31 dicembre è proprio questa: accompagnare le persone verso un esame di coscienza delle proprie azioni facendole sentire una nullità di fronte a tutti quelli che hanno avuto il coraggio almeno di tentare. Perchè in fondo è questa la felicità: tentare per il gusto di farlo, a prescindere dall'esito che ne consegue. Ma sarà proprio vero?
     
    Io ad esempio vorrei R, ma sono troppo "vecchio" per farlo.
    10 December

    Moby Dick

    La ricerca di un qualcosa al di fuori di noi, ma che percepiamo connesso al nostro essere. La ricerca dell’impossibile, di uno spettrale e lontanissimo obiettivo. Questo, ciò che si propone l’Achab/Albertazzi nell’elaborazione drammaturgica di Federico Bellini.

     

    L’apertura dell’arco scenico, chiuso da quinte mobili e nere, dà il via allo spettacolo accompagnato dall’ingresso di Ismaele che ricorda le sue avventure per mare e il suo rapporto con il Capitano Achab.

    Le onde create da movimenti del grande telo nero sul palcoscenico lasciano il posto all’equipaggio che prende posto negli spazi dell’interno stilizzato della nave. Albertazzi, con parsimonia quantitativa di battute, interpreta il celebre capitano melvilliano, che sempre più stanco nel fisico e nell’animo tenta da sempre di rincorrere l’oggetto della caccia. Sempre più spesso, i suoni delle balene ne rappresentano la presenta sul placo e gli occhi di Moby Dick, giungono attraverso due veri e propri fari, ad illuminare il pubblico, cercando di assaltare di sorpresa l’equipaggio. Ma, ogni volta che si avvicina la fine della caccia e la morte del “Leviatano” (terrifico mostro annunciato dalla Bibbia, in questo caso la balena Moby Dick), subito questa scompare lasciando sconforto, stanchezza e desiderio di pace sotto l’occhio onnisciente del narratore Ismaele.

    Il proseguire incerto delle ascese e discese di Achab/Albertazzi dagli scalini che collegano il ponte con la sua cabina, sembrano corrispondere la vacillante attenzione del pubblico.

    Dopo l’apprezzabile richiamo di Dante con il linguaggio dei segni, segue un amletico e belliniano monologo dall’effetto soporifero con il quale, Achab/Albertazzi rende omaggio a Shakespeare. La chiusura dell’arco scenico, con movimento speculare rispetto al principio dello spettacolo, lascia intendere la conclusione della rappresentazione.

    Tuttavia, concluso il monologo e spente le luci, l’applauso non parte. Ignoro se il pubblico sia ancora assopito o sia rapito dall’interpretazione, ma riaccese le luci Albertazzi esclama verso il pubblico quasi rimproverandolo: “Veramente sarebbe finito” (lo spettacolo). Non gli è stato offerto il suo ossigeno: l’eterno, spontaneo e forse immeritato applauso.

     

    PS. Il 12 dicembre Giorgio Albertazzi dirà il suo SI a Pia dè Tolomei, testimone di nozze: Maurizio Scaparro. Congratulazioni!

     

    08 December

    Memoria e speranza

    Mi sento di fare un appunto a quanto ho fino ad oggi scritto su questo blog. Forse ciò che sto per dire non ne rispecchierà completamente i contenuti teatrali, ma sono stato educato con dei principi e forse io sono l'ultima o penultima generazione che ascolterà i racconti di ciò che è stato dai veri protagonisti: non mi riferisco ad avvenimenti durante l'impero di Giulio Cesare, ma nel periodo che va tra il 1933 e il 1945. La più grande ferita nella storia della cultura contemporanea.
    Ciò che è accaduto, ciò che hanno vissuto i nostri nonni, compreso il mio, non deve realizzarsi nuovamente. Per questo bisogna lasciare accesa la fiaccola su ciò che è stato. Guardarsi indietro significa imparare dal passato e non ripetere i medesimi errori.
    Già sono passati 62 anni dal massimo esempio della cattiveria umana per eccellenza, piano piano i protagonisti stanno scomparendo e si andranno ad unire ai loro familiari le cui ceneri impregnano ancora l'aria di Auschwitz; mantenere vivo il ricordo significa non lasciare che diventi romanzo.
    Prego ogni momento che le persone non si stanchino di ascoltare e anche se questo nefasto evento avvenisse, prego che i protagonisti non si stanchino di ricordare.
    01 December

    The Continuum – Beyond the killing fields

    Possono grazia di danzatori e crudeltà umana trovarsi sullo stesso palco? Si può arrivare a paragonare gli orrori di Aushwitz con la Cambogia della metà degli anni ‘70?

    Le ombre: ci si può affidare per raccontare una storia? Tre domande che hanno una risposta a seguito della visione di The Continuum – Beyond the killing fields con la regia di Ong Keng Sendirettore artistico del Theatre Works di Singapore.

    In questo spettacolo si assiste a una commistione di diversi generi nonché di diversi strumenti scenici: musica, danza, tecnologia, la recitazione, il citato teatro d’ombre.

    I sopravvissuti della regione cambogiana dei Khmer rossi Battambang si trovano colmi di ingiustizia per i numerosi seviziatori ancora in libertà e per di più facenti parte dell’attuale governo. Ma il loro dovere e dannazione è quello di ricordare e testimoniare. Proprio questo fa Em Theay, deportata e sopravvissuta, i cui genitori sono stati danzatori del Balletto di Corte cambogiano. L’obbligo della testimonianza perché chi non ha passato, non ha futuro.